domenica 26 aprile 2009

AMMIRARE LA NATURA CON THE WORLD AT NIGHT


The World At Night (TWAN) is a program to produce and present a collection of stunning photographs and time-lapse videos of the world’s landmarks against the celestial attractions. The eternally peaceful sky looks the same above symbols of all nations and regions, attesting to the truly unified nature of Earth as a planet rather than an amalgam of human-designated territories

Scopriamo quanto il cielo sia spettacolare su


mercoledì 22 aprile 2009

TASSELLI REGOLARI ED IRREGOLARI di Rosa Maria Mistretta






Dal microscopico al macroscopico, la natura applica i principi d’economia ed ottimizzazione.

Nella filosofia d’Aristotele, la forma (morphé) era definita la ragion d’essere delle cose, ciò che fa sì che le cose siano ciò che sono: era considerata causa capace di fare uscire l’essere dall’indeterminazione conferita dalla materia. Apprezzata come un’essenza intrinseca, era la sostanza fondamentale delle cose sensibili, il principio organizzatore della materia, ciò che spiega come la materia giunga a comporsi. Kant definì la forma come il determinante e la materia come il determinabile: la forma è ciò che permette di ordinare i dati sensoriali.





Dal secolo XVIII, il concetto di forma fu considerato in estetica per indicare l’elemento distintivo dell’opera d’arte. La forma artistica va ad aggiungersi ad un contenuto materiale o concettuale, mentre la forma naturale è un mero aspetto contingente delle cose. Lo studio dell’aspetto esteriore di un oggetto, sia foggiato dalla natura sia dall’uomo, può essere espresso in modo descrittivo oppure simboleggiato attraverso il metodo analitico, utilizzando il linguaggio matematico.
L’applicazione di concetti astratti ad oggetti reali può rendere concrete proprietà e relazioni di tangibilità del mondo esterno, mediante i postulati geometrici (un sistema di proprietà primitive e d’operazioni possibili), con le misteriose congruenze ed interrelazioni del pensiero logico. Le definizioni e i postulati, le operazioni astratte della geometria traducono i procedimenti empirici in oggetti naturali e in figure concrete. Nell’antichità, la Geometria ebbe inizio per esigenze pratiche di misura di terreni e divenne solo in seguito il modello della scienza organizzata deduttivamente, collocandosi a fondamento dell’indagine della natura e della conoscenza. Il ragionamento geometrico può essere, dunque, considerato il primo pensiero scientifico.

Le prime forme regolari che si mostrarono all'uomo furono la retta e il cerchio: con loro nacque la geometria. Le testimonianze degli storici indicano i suoi albori in Egitto. I primi geometri dell'antichità furono, infatti, gli agrimensori: tirando le funi, i geometri egizi potevano tracciare sul terreno rette e cerchi, un'operazione di cui resta una traccia in molte lingue moderne, nell'espressione tirare una retta.


Il primo vero e proprio testo di Geometria, che pervenne nella sua completezza, furono gli Elementi d’Euclide (IV sec. a.C.), dove le proprietà geometriche delle figure vennero dimostrate partendo da proposizioni primitive: assiomi e postulati. Euclide costruisce una Geometria rigorosa fondandola su pochi enti astratti (punto, retta, piano), elencando verità che non devono essere dimostrate e derivando da loro tutte le proprietà geometriche.Gli Elementi sono un'opera organizzata secondo il procedere assiomatico-deduttivo proprio del pensiero greco (e, di lì poi, di tutta la matematica occidentale) attraverso principi, definizioni e postulati. Il testo greco rappresenta una proposizione primitiva di una teoria, assunta senza dimostrazione, che notoriamente ha la funzione di tradurre in simboli e forme geometriche gli oggetti e i procedimenti del mondo reale.


I primi tre postulati riproducono esattamente le operazioni dell'agrimensore egiziano:
1. condurre una linea retta da un qualsiasi punto ad un altro punto (tirare una linea retta da un qualsiasi segno ad un qualsiasi altro segno);
2. prolungare una retta continuamente (produrre subito dopo per diritto una linea retta finita);
3. descrivere un cerchio con qualsiasi centro (con qualsiasi centro e intervallo descrivere un cerchio).


Il quarto afferma che:
4. tutti gli angoli retti sono uguali tra loro.
Il quinto è il famoso postulato delle parallele:
5. Se una retta, cadendo sopra altre due rette, forma angoli interni dalla stessa parte minori di due retti, quelle due rette, prolungate, s’incontreranno dalla parte in cui sono gli angoli minori di due retti.


La geometria euclidea mantenne una posizione dominante fino al secolo XVII, quando Cartesio riuscì a tradurre le figure geometriche in equazioni algebriche, innalzando l’Algebra al vertice della Matematica: nacque la geometria analitica che, mediante l’impiego di sistemi di coordinate, studia proprietà intrinseche di concetti che si agganciano al significato aristotelico di forma.


All’inizio del XX secolo il biologo scozzese D’Arcy Thompson lanciò l’ipotesi della dinamica dei campi morfogenetici, che si riferisce ai processi di creazione di forme con metodi analitici, e mette in luce il fondamentale ruolo della Matematica intesa come studio di modelli e di regolarità.Nel suo libro Crescita e forma, pubblicato nel 1917, descrisse con parole e disegni il legame che esiste tra le cellule e le foglie, le conchiglie e i fiori, le ossa e gli alberi, mediante la decifrazione visiva delle forze che rappresentano il mondo e che agiscono su tutti i sistemi viventi e non viventi. In uno dei passi, spiega addirittura le configurazioni degli organismi biologici partendo dalle bolle di sapone: le cellule in analogia sono modellate dalla tensione superficiale e assumono la forma che utilizza il minimo d’energia.

L’opera di Thompson rappresentò un input per utilizzare la Matematica anche per l’esame di forme naturali, come procedimento per la descrizione morfologica, come ipotesi di spiegazione d’eventi d’autorganizzazione di crescita, d’ordine e di complessità. In questo periodo, si è propensi ad affermare (secondo . Brian Goodwin) che anche l’evoluzione della vita sia “una danza attraverso il morfospazio, cioè lo spazio delle forme degli organismi”, una danza che segue le leggi della morfologia razionale che generano le forme stabili. Nei suoi scritti, lo studioso canadese propone una nuova concezione, in parte opposta alla concezione dell'uomo di Darwin, che considera l'essere umano interconnesso con l'ambiente in cui è inserito e non una semplice appendice.........








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domenica 19 aprile 2009

LA SPIRALE COSMICA: SEZIONE AUREA DELL'UNIVERSO di Rosa Maria Mistretta



"Nissuna umana investigazione si po' dimmandare vera scienza s'essa non passa per le matematiche dimostrazioni", Leonardo da Vinci
L’aforisma enunciato da Galileo, dove "il libro della natura è scritto coi caratteri della geometria", conferma che l’armonia del mondo si manifesta nella forma e nel numero. L’anima e la poesia della filosofia naturale s’incarnano nel concetto di bellezza matematica: ciò che è aggraziato e regolare è utile e perfetto. Già nelle antiche culture la perfezione ha destato curiosità ed ammirazione stimolando lo studio dei segreti celati dall’incredibile bellezza.
Osservando la natura si scoprono espressioni d’eleganza e d’armonia: il tratto comune che definisce gli oggetti attraenti è generato da forze rigorose ed inequivocabili, che obbediscono a precise leggi matematiche.

Le forme sono il primo aspetto intuitivo della realtà che l’occhio umano percepisce.
L’esigenza di esaminare ed osservare, ciò che Galileo definiva la "sensata esperienza", è necessaria per cogliere gli aspetti salienti del fenomeno, per descriverlo e rappresentarlo in sintesi. Procedendo passo passo con rigore dimostrativo, come insegnava già l’opera matematica di Eudosso di Cnido (408 - 355 a.C. approssimativamente), si giunge a formulare regole e postulati delle realtà oggettive della natura. Ovviamente non e' possibile definire qualsiasi processo senza riferirsi all’intuito, all’esperienza e alla sensibilità' dello sperimentatore, doti fondamentali, infatti, per trovare una qualunque relazione in un metodo di ricerca. Si concretizza, così, un modo nuovo di interpretare la natura nella ricerca di una comunanza tra un simbolo terrestre ed uno cosmico, nell’accettazione dell’obbedienza di cielo e terra alle stesse leggi, nella regolarità di strutture tra macrocosmo e microcosmo: necessarie e logiche premesse per scoprire ad esempio, che l’essenzialità di una linea di spirale rappresenta alcuni tipi di galassie, ma è anche riconducibile in modo analogo ai vortici terrestri.

La spirale, quella curva piana che ha la proprietà di avvolgersi in infiniti giri intorno ad un punto, è una struttura onnipresente. Essa è una delle forme geometriche più diffuse in natura: dai fiori del girasole alle corna d’alcuni animali, dal moto dei cicloni alla molecola del DNA, dalle conchiglie alle galassie.

Osservando attentamente il cielo notturno, nella globalità dell’infinito, s’individuano talvolta strutture dall’aspetto quasi nebulare: sono le Galassie. La Terra ed il Sistema Solare appartengono alla Galassia che prende il nome di Via Lattea ed ha forma di spirale. Utilizzando un telescopio s’individuano in dettaglio differenti tipi morfologici di galassie ed in ognuno di essi variano le proporzioni dei componenti, le proprietà fisiche e quelle chimiche. Le galassie sono aggregati di stelle di massa e d’età diverse, di polvere cosmica e gas interstellare, principalmente idrogeno.
Galassia a spirale M51 nella costellazione dei Cani da Caccia . Il nucleo della Galassia ha un diametro di 80 anni luce e una luminosità pari a quella di cento milioni di volte il Sole. Si stima che l’età delle stelle sia all'incirca di 400 milioni d’anni, mentre con uno dei bracci si collega alla Galassia più piccola che appare come trainata, sembra ruotare come un ciclone terrestre in senso antiorario.






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POESIA di Riccardo Cocciante

venerdì 17 aprile 2009

NEL 1609 ACCADDE CHE....




...Galileo Galilei effettuò la prima osservazione al cannocchiale e fu pubblicato il volume Astronomia nova di Giovanni Keplero: due eventi che hanno contribuito ad aprire l’era della moderna astronomia.
Sul finire del 1609 a Padova, Galileo Galilei (Pisa, 15/2/1564-Arcetri, 8/1/1642) puntò verso il cielo un cannocchiale, un manufatto da lui trasformato in strumento scientifico, dando il via alle prime moderne indagini astronomiche.Fino al Medioevo, in Europa, la conoscenza della natura fu dominata dall'osservazione diretta: gli strumenti scientifici erano pochi e gli esperimenti limitati. L'attività scientifica consisteva nell'illustrare il contenuto dei libri degli antichi maestri. La concezione tolemaica dominava incontrastata: si pensava la Terra immobile, al centro dell'Universo mentre le stelle, il Sole e i pianeti ruotavano intorno.
Tra il XV e il XVI secolo, nel periodo dell'Umanesimo e del Rinascimento, un nuovo fermento culturale avviò la rifioritura della scienza europea. Si riscoprì e si studiò la scienza greca e islamica, l'umanità riacquistò fiducia nelle proprie potenzialità e furono valorizzate le arti manuali come produttrici di conoscenza. Si ricominciò a costruire strumenti scientifici, essenzialmente di astronomia e matematica, e il cielo fu studiato con quadranti o astrolabi, che permisero di determinare la posizione degli astri.Queste furono le premesse per la grande Rivoluzione che stava per avviarsi a opera di uno scienziato toscano che lavorava sopratutto a Padova e Firenze, Galileo Galilei.
Il cannocchiale fu inventato in Olanda: notizie certe risalgono a partire dall'ottobre 1608. La notizia della nuova invenzione si diffuse rapidamente in Europa e nel novembre del 1609, Galileo costruì un cannocchiale capace di ben venti ingrandimenti. Puntando il suo strumento verso il cielo, Galileo realizzò le sue straordinarie scoperte destinate a rivoluzionare in modo radicale la visione del cosmo. Iniziò a delinearsi il futuro dell'astronomia osservativa che sarebbe diventata nel corso dei secoli sempre più accurata e spettacolare.
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E' stata allestita una grande mostra a Padova, aperta dal 28 febbraio al 14 giugno 2009, per celebrare il IV centenario del cannocchiale, promossa dal Comune di Padova. L'esposizione nelle sette sezioni in cui è articolata propone esperimenti, simulazioni multimediali, nonchè preziosi strumenti scientifici antichi e affascinanti strumenti moderni.
Per info:Centro Culturale di via Altinate, 71E' già attivo il call center per le prenotazioni: 0492010010
Per saperne di più: http://www.ilfuturodigalileo.it/




Con la pubblicazione dell'Astronomia nova (1609), lo scienziato tedesco Keplero (27.12.1571-15.11.1630) fissò i punti essenziali della sua teoria del cosmo, con rigore scientifico e matematico ben superiore rispetto ai due sistemi precedenti, quello copernicano e quello di Thyco Brahe. Nell'Astronomia nova sono esposte le tre leggi di Keplero:
Le orbite dei pianeti sono ellissi e non cerchi perfetti: l'orbita degli astri è per Keplero un'ellissi in cui il Sole è uno dei fuochi;
La velocità orbitale di ciascun pianeta varia in relazione all'afelio (il punto più lontano dal Sole) e al perielio (il punto più vicino): quanto più il pianeta è vicino al Sole tanto più la sua velocità orbitale sarà elevata, più è lontano, più sarà bassa;
I quadrati dei periodi di rivoluzione dei pianeti sono nello stesso rapporto dei cubi delle rispettive distanze dal Sole.
Le teorie di Keplero esprimevano un primo tentativo di rendere certe e matematiche le leggi dell'Universo e di spiegare attraverso leggi di proporzione le forze che permettono agli astri di avere equilibrio tra loro, perché parte di un grande meccanismo scandito da movimenti aritmetici e necessariamente determinati.
Per approfondimenti:
http://it.wikipedia.org/wiki/Astronomia_nova
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mercoledì 15 aprile 2009

ROCCE E MINERALI DELLA LUNA di Rosa Maria Mistretta




Il valore scientifico dei campioni di suolo lunari (età compresa fra 3 e 4,5 miliardi di anni circa) è inestimabile e permette di conoscere la composizione del suolo lunare, comprendere alcune questioni aperte inerenti alla genesi del satellite,· approfondire l’origine del Sistema Solare.
L’assenza di un'atmosfera, di un'idrosfera e di un'attività dinamica interna ha permesso la permanenza sul suolo lunare di tracce delle prime fasi della storia geologica del satellite, conservandone le testimonianze dei primi anni della sua storia evolutiva .La consistenza del terreno lunare fu ponderata nel 1966 da Luna 9 e Surveyor 1, dimostrando la capacità di sopportare l'allunaggio di mezzi meccanici e l'eventuale passeggiata d'esseri umani.Nel 1967 Surveyor 5 analizzò la composizione chimica della superficie dei mari lunari, rilevando una stretta analogia con la lava basaltica terrestre.


I dati selenografici più indicativi sono stati ricavati a partire dal 20 luglio 1969, quando l'Apollo 11 atterrò sul suolo lunare: la raccolta di campioni era uno degli obiettivi della missione e, nelle due ore d'attività extraveicolare, gli astronauti Armstrong e Aldrin raccolsero circa 21.5 chilogrammi d'esemplari di rocce. Le osservazioni dirette compiute permisero di avere informazioni inerenti alla composizione del terreno, che risultò chimicamente simile a quello terrestre, anche se alcuni elementi si presentarono in percentuale alquanto differente.

Tutto il materiale raccolto proviene dal regolite, strato di frammenti polverosi che copre la superficie, spesso dai 10 ai 100 metri, prodotto da impatto di meteoriti cadute nel corso di miliardi d'anni.Sebbene il paesaggio lunare sia stato profondamente segnato dagli eventi da impatto, di cui è rimasta traccia con i numerosissimi crateri, la frazione di materiale meteorico nel suolo è scarsa, inferiore al 2%. Il fenomeno è spiegabile perché la maggior parte delle meteoriti che cadono sulla Luna è costituita da condriti carbonacee, molto fragili, che si polverizzano al violento impatto.(Condrite = meteorite litoide (o aerolite), caratterizzata dalla presenza di condrule, agglomerati a forma di piccola sfera di circa 1 mm di diametro.



Le condriti carbonacee hanno un grande interesse cosmochimico, contenendo composti del carbonio, elemento basilare che costituisce la materia vivente.)Le rocce lunariL'età delle rocce lunari è legata direttamente alla storia termica della Luna, poiché l'età di una roccia magmatica è segnata dal momento in cui essa si cristallizza.Le rocce più antiche sono state raccolte dall'Apollo 17, l'ultima missione sulla Luna avvenuta nel dicembre 1972, in cui sono stati rinvenuti frammenti di roccia di 4 miliardi d'anni fa circa e i campioni più belli, rocce di colore arancione, trovati nel cratere Shorty .

I campioni lunari sono stati suddivisi in tipi litologici:
Tipo A
Basalto: roccia ignea, cristallina, vescicolare, a grana fine
Tipo B
Gabbro: roccia ignea, cristallina, ricca di cavità, a grana media

Tipo C
Breccia: agglomerato di rocce ignee, particelle minerali, con sferule vetrose e altro materiale del suolo lunare

Tipo D
Suolo lunare: disgregazione delle rocce a causa del costante bombardamento di meteoriti e micro meteoriti
Le rocce cristalline di tipo A e B sono d'origine vulcanica, formate in seguito ad una colata lavica superficiale e costituiscono corpi intrusivi prossimi alla superficie. Le rocce presentano la tessitura caratteristica delle rocce terrestri: la cristallizzazione è avvenuta secondo processi analoghi.I basalti sono ricchi in vescicole generalmente sferiche, di diametro 1-3 mm, le cui pareti sono spesso delimitate da facce cristalline incluse nella massa di fondo.

Nei gabbri sono stati rinvenuti cristalli di pirroxferroite, nuovo minerale lunare.Le brecce sono una mescolanza di rocce presenti sul suolo lunare e, probabilmente, sono depositi formatisi in seguito all'impatto di una grande meteorite ad alta velocità. Esse contengono frammenti di roccia di tipo A e di tipo B, oltre a vari tipi di vetri naturali, presumibilmente formati per fusione di frammenti rocciosi superficiali. A proposito di vetro vulcanico, sul suolo lunare si sono osservati tre tipi di vetro che si differenziano secondo i alasti contenuti all'interno, rispettivamente· con frammenti vescicolari grigi,· con frammenti angolosi, incolori o con sfumature brune, gialle o arancio oppure· con forme sferoidali, ellissoidali di colore variabile dal rosso al bruno, al verde di grandezza intorno ai 100 micron.

Dove sono conservati i campioni lunari?Il Johnson Space Center della NASA a Houston (Texas, USA) conserva i campioni lunari riportati dalle missioni americane e li mette a disposizione per analisi: in totale 97000 campioni debitamente catalogati sono stati preparati per essere studiati e analizzati da scienziati appartenenti a più di 60 laboratori del mondo che continuano ora lo studio di questi campioni.

I minerali lunari
Durante le missioni lunari furono scoperti tre nuovi minerali:· Tranquillityte· Armalcolite· PiroxferroiteLa Pirroxferroite è stato il primo nuovo minerale identificato e il suo colore giallo brillante ne fa sicuramente il minerale più attraente tra quelli trovati sulla Luna. Contiene il 6% di calcio e piccole quantità di manganese, titanio e alluminio ed ha un'origine di bassa pressione e alta temperatura, formandosi per cristallizzazione da un residuo liquido ricco di ferro in rapido raffreddamento. È l’analogo lunare ferroso della pyroxmangite terrestre. Entrambe i minerali hanno formula (Mn, Fe) Si O3, tuttavia la pyroxmangite non contiene mai più del 25 % di ferro, mentre la pyroxferroite è più ricca di questo metallo e non è mai stata trovata sulla Terra. La pyroxferroite è stata trovata nei basalti lunari ricchi di ferro e in particolare in quelli dei mari lunari.

L'Armalcolite, il secondo nuovo minerale identificato nei campioni lunari, ha ricevuto il proprio nome dai tre astronauti dell'Apollo 11, Armstrong, Aldrin e Collins. E' stato trovato in rocce cristalline e nelle brecce sotto forma di piccole aree rettangolari di dimensioni massime di 100-130 micron di colore grigio in luce riflessa. E’ un ossido lunare e ha formula (Mg, Fe) Ti2O5.
Il nome Tranquillityite viene dal Mare della Tranquillità, luogo dell’allunaggio dell’Apollo 11. Il minerale è stato trovato all’interno dei basalti nei mari lunari. I cristalli di tranquillityite si presentano come strisce sottili e appiattite. Questo minerale è spesso associato all’apatite e alla pyroxferroite all’interno di piccole tasche e sembrano essere stati fra gli ultimi minerali che si sono formati. La Tranquillityite è translucida e non pleocroica. Vista in lamelle sottili e a luce trasmessa, appare di colore rosso profondo, o colore in relazione con la presenza di titanio.

Sono stati rilevati alcuni minerali silicati nelle rocce lunari, quali pirosseni, plagioclasi, feldspati , olivina, ilmenite, silice.I pirosseni sono minerali frequenti nella crosta lunare. Lo studio delle lamelle dimostra il loro lento raffreddamento. Si è potuto dedurre che una colata di basalto di 6 metri di spessore situata nel luogo dell’allunaggio dell’Apollo 15 si era raffreddata a una velocità di 0,2-1,5 gradi per ora.
I plagioclasi sono i minerali più abbondanti delle rocce costituenti la crosta lunare. Sono generalmente poveri in sodio anche se plagioclasi più sodici sono stati trovati nelle formazioni delle highlands lunari (catene montagnose lunari) e in particolare nelle rocce arricchite di potassio (K), in terre rare (= Rare Earth Elements o REE) e di fosforo (P) che sono raggruppate sotto l’appellativo KREEP.

All’interno dei basalti dei mari lunari, le olivine hanno una composizione che va dal 30 all’80% in forsterite (termine magnesico delle olivine). Le olivine più ferrose, o fayaliti, sono più rare.Rispetto alle olivine terrestri, il cromo è più abbondante nelle olivine lunari (fino a 0,6 % in peso), particolarità dovuta al debole grado di ossidazione del cromo (bivalente) in relazione con la debole pressione parziale dell’ossigeno al momento formazione dei basalti dei mari lunari.
Nelle rocce lunari, la silice cristallizza sotto forma di quarzo, di tridimite o di cristobalite. È molto più rara che nella crosta terrestre, a causa dell’evoluzione della crosta lunare con un debole sviluppo della differenziazione magmatica e il contenuto inferiore in acqua.È interessante costatare che forme di alta pressione della silice, quali la coesite e la stishovite, sono state trovate sulla Terra in relazione ad impatti meteorici, ma questi minerali non sono stati identificati ancora oggi sulla Luna. La mancanza è verosimile poiché la silice è rara sulla Luna e in ambiente lunare la silice fusa evapora assai rapidamente.I minerali lunari del gruppo della silice si concentrano essenzialmente nelle rocce arricchite in KREEP. Il quarzo è stato trovato solo in rare schegge di cristalli aghiformi.

Anche se piccoli e difficili da studiare, gli zirconi lunari sono importanti per datare i campioni lunari, in particolare le rocce molto antiche che costituiscono le montagne della Luna. La fonte principale di zirconi lunari sono i graniti lunari a elevato tenore di silice, che sembrano particolarmente rari. Il campione 15405, costituito da una breccia composta di monzodiorite a quarzo, si è rivelata possedere un tenore in zirconi pari allo 0,6 %.Tuttavia la maggior parte degli zirconi lunari si trova in grani isolati nei suoli e nelle brecce lunari, fenomeno dovuto alla rarità dei graniti lunari e alla longevità degli zirconi. Sono stati ugualmente trovati in inclusioni metamorfiche all’interno di basalti, dove derivano verosimilmente da un’iniziale Tranquillityite.

Il ferro è stato rinvenuto come minerale accessorio associato alla Troilite (FeS), molto rara sulla Terra, anch’essa minerale accessorio ma piuttosto comune in tutti i tipi di roccia lunare sotto forma di goccioline allungate o ovoidali o come piccole masse interstiziali delle dimensioni massime di 0.3 mm.Associato alla Troilite, è stato trovato anche il rame nativo, mentre, incluso in grani di ferro, è stata individuata la presenza di stagno. Una lega rame - zinco (ottone), con tenore di rame variabile dal 55% al 70%, è stata scoperta senza però avere corrispondenza all'analogo composto d'origine terrestre, dove lo zinco è sempre molto scarso.


Gli Spinelli nelle rocce lunari so­no stati individuati con composi­zioni altamente variabili in tutti i tipi di rocce, generalmente in gra­ni di 100-200 micron. A differen­za degli equivalenti terrestri, con­tengono elevato valore di Titanio e di Alluminio.Lunar Mineralogy :http://curator.jsc.nasa.gov/lunar/letss/Mineralogy.pdf



Curiosità mineralogiche
I Granati

La NASA ritiene che i granati trovati nei campioni riportati dalla Luna possano essere il risultato di una contaminazione e in questo caso non sono di origine lunare.Per approfondire:La Missione SMART 1 e il futuro delle imprese lunari:http://www.esa.int/esaCP/SEMOBD7LURE_Italy_0.html


TABELLA mineralogica consultabile su http://www.gravità-zero.org/



martedì 14 aprile 2009

NOTTI DELLA SCIENZA ad Aosta


AOSTA
Sala dell’Hôtel des Etats
8 aprile - 7 maggio 2009
LE NOTTI DELLA SCIENZA


Programma

Le Notti della Scienza nascono come collaborazione tra il Centro Studi De Tillier e la Consulta Comunale per le Attività Culturali della Città di Aosta e con il patrocinio dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Aosta.
La manifestazione – che sostituisce Le Notti di San Lorenzo organizzate nell’estate del 2007 con l’intento di allietare le notti all’aperto dei numerosi turisti presenti in città – è diventata, invece, un appuntamento per ora semestrale dedicato in particolar modo alla cittadinanza aostana.
Le Notti della Scienza hanno l’ambizione di affrontare e di approfondire temi di carattere scientifico-culturale particolarmente curiosi oppure poco conosciuti al grande pubblico, coinvolgendo al tavolo dei relatori alcuni tra i più grandi esperti italiani del settore.
Considerato l’importante ruolo svolto per il progresso del mondo scientifico da Innocenzo Manzetti di Aosta (1826-1877), gli organizzatori hanno deciso di dedicare a lui questa e le prossime edizioni di Le Notti della Scienza.

Centro Studi De Tillier
Direzione del Comitato organizzatore:
Mauro Caniggia Nicolotti
Luca Poggianti
presidenza@consultaosta.it

Les Nuits de la Science
La cultura scientifica diventa sempre più importante, soprattutto in una società in rapida evoluzione, nella quale le innovazioni tecnologiche sono artefici di mutamenti epocali.
Anche le grandi scelte che ci aspettano per il futuro, dalla soluzione dei problemi ambientali alle ricadute delle nuove forme di comunicazione, dalla organizzazione amministrativa al commercio elettronico, si fonderanno sempre più sulla conoscenza, piuttosto che sull’ideologia.
Per questo motivo diventa fondamentale creare occasioni di divulgazione scientifica.
In questa ottica, la rassegna propone relatori di grande rilievo che sono in grado di esporre al grande pubblico temi di sicura attualità in modo semplice ma nel contempo rigoroso.

Guido Cossard
Assessore alla Cultura del Comune di Aosta


mercoledì 8 aprile 2009 - ore 17.00 - Sala dell’Hôtel des Etats - Aosta
Conferenza di presentazione della 3a edizione di LE NOTTI DELLA SCIENZA

Saranno presenti:
❖ Guido Cossard, Assessore alla Cultura del Comune di Aosta
❖ Mauro Caniggia Nicolotti, Presidente della Consulta Comunale per le Attività Culturali della Città di Aosta
❖ Luca Poggianti, Presidente del Centro Studi De Tillier
In occasione dell’eccezionale ritrovamento di alcuni progetti dell’inventore Manzetti, si svolgerà in contemporanea una conferenza stampa di presentazione:


La prima auto circolava ad Aosta fin dal 1864
Nel marzo di quest’anno, grazie alla collaborazione della Signora Gilberte Manzetti, Mauro Caniggia Nicolotti e Luca Poggianti hanno rinvenuto a Lione in Francia numerosi documenti inediti inerenti il valdostano Innocenzo Manzetti (1826-1877), inventore del telefono.

Tra le carte è stato ritrovato anche un diario che raccoglie dei progetti databili al periodo 1873-1876 e concernenti il funzionamento di alcuni motori finalizzati al movimento di autovetture in grado di circolare per le strade.
Si era già a conoscenza che Manzetti fin dal 1864 sperimentava per le vie di Aosta – come ricordano i giornali piemontesi dell’epoca – una vettura simile alle automobili moderne. Si sapeva già che negli ultimi anni della sua vita, l’inventore stava lavorando alacremente sui motori a combustione.
Ora, finalmente, grazie ai nuovi documenti si ha la possibilità di conoscere esattamente il funzionamento dei suoi motori ante litteram che si muovevano grazie al vapore, alla polvere di carbone, all’olio, all’etere, all’ammonio, al petrolio, al cloroformio, alla benzina, etc...

Luca Poggianti
Nato ad Aosta nel 1968, esercita la professione di dottore commercialista con studio in Saint-Pierre. Amante della storia valdostana, da molti anni si dedica allo studio della figura di Innocenzo Manzetti. E’ autore tra gli altri dei seguenti testi: Il valdostano che inventò il telefono: Innocenzo Manzetti di Aosta (1826-1877) (1996); con Mauro Caniggia Nicolotti e Matteo Limonet: Thora. Storia di un antico villaggio scomparso (1999); Il telefono fu inventato ad Aosta (2006); Il laboratorio delle meraviglie (2008). Dal 1993 è Direttore della Tesoreria e del Bilancio della Consulta Comunale per le Attività Culturali della Città di Aosta.
Mauro Caniggia Nicolotti
Nato ad Aosta nel 1969, è professore di lettere nelle scuole medie. Profondo appassionato e conoscitore della storia valdostana, relativamente alla quale da sempre si dedica all’approfondimento e all’insegnamento degli aspetti anche meno conosciuti. E’ autore di numerosi libri; tra di essi si ricordano: Epinel. Fondamenti di un particolarismo (1995); Cogne. La sua storia, i suoi monumenti (2000); Aosta. 2000 anni di storia (2003); Il laboratorio delle meraviglie (2008). Dal 1991 è Presidente della Consulta Comunale per le Attività Culturali
della Città di Aosta.


Programma degli incontri:
“Seti e UFO: un difficile incontro ravvicinato” Paolo Toselli
venerdì 17 aprile 2009 - ore 21.00 - Sala dell’Hôtel des Etats - Aosta
Alla scoperta di Marte di Mario Di Martino
venerdì 24 aprile 2009 - ore 21.00 - Sala dell’Hôtel des Etats - Aosta
La scoperta di pianeti extrasolari Walter Ferrerimercoledì 29 aprile 2009 - ore 21.00 - Sala dell’Hôtel des Etats - Aosta
“L’alba degli androidi” di Giancarlo Gentagiovedì 7 maggio 2009 - ore 21.00 - Sala dell’Hôtel des Etats - Aosta

lunedì 13 aprile 2009

COLEOTTERI STERCORARI, UN AIUTO EFFICACE ALL’ECOSISTEMA TERRESTRE di Rosa Maria Mistretta






Gli Insetti Coleotteri (Coleoptera, Linneo, 1758) sono il più grande raggruppamento sistematico tra tutti gli organismi viventi sul pianeta, vegetali compresi, con oltre 500 taxa tra famiglie e sottofamiglie. Attualmente sono state classificate e descritte circa 854.000 specie di coleotteri, ma si suppone che sul pianeta vivano almeno altrettante specie o anche molte di più ancora non conosciute.

In questa trattazione si prendono in considerazione i Coprofagini che appartengono alle specie stercorarie. Hanno caratteristiche morfologiche e cromatiche assai varie, corpo massiccio e arti robusti, elitre ben sviluppate che ricoprono l'intero addome. La clava antennale è formata da articoli divaricabili a ventaglio. Quasi tutte le specie presentano dimorfismo sessuale. Le larve vivono nel terreno e su materiali in putrefazione, sono biancastre con testa ben sclerificata e corpo piuttosto carnoso.

I Coleotteri stercorari si nutrono di feci e raccolgono il loro nutrimento (per conservarlo e per deporvi le uova) in caratteristiche sfere quasi perfette che fanno rotolare sul suolo.

Questo singolare comportamento è esibito da varie specie appartenenti alle famiglie Scarabaeidae e Geotrupidae. Di colore scuro con particolari riflessi metallici, le due famiglie hanno corpo tozzo e tegumento consistente che forma una vera e propria corazza, forniti di robuste zampe fossorie. Sono entrambe dotate di volo rumoroso.Tra i coprofagi più noti si possono citare lo Scarabaeus sacer, che gli antichi Egiziani veneravano come simbolo del dio Sole, e il Geotrupes stercorarius che si distingue per le particolari attenzioni volte ai nascituri. Lo Scarabeo sacro (Scarabaeus sacer) è lungo dai 28 ai 32 mm, di colore nero, comune nei luoghi assolati e sulle spiagge. Fabbrica con gli escrementi pallottole sferiche usando le zampe medie e posteriori che fa rotolare fino al nido sotterraneo, come scorta alimentare, utile per la deposizione dell’uovo e il nutrimento per le larve. La Famiglia Scarabedidae conta circa una cinquantina di specie in Italia.

Allo stesso modo si comporta lo Scarabeo stercorario (Geotrupes stercorarius) che è di minori dimensioni rispetto allo scarabeo sacro (lungo tra i 15 e i 25 mm). E’ diffuso in luoghi erbosi e umidi, nei campi, nei boschi e in prossimità di sentieri e strade. E’ ampiamente distribuito in Europa. I Geotrupidae scavano profonde gallerie, lunghe anche due metri, in cui ammassano parte della materia fecale per deporvi le uova. Gli scarabei stercorari tendono a trasportare la loro pallottola di sterco lungo una linea retta e se incontrano un ostacolo, cercano di superarlo scavalcandolo, senza cambiare direzione.





Nei Geotrupes stercorarius un perfetto lavoro in coppia vede maschio e femmina avviare la complicata preparazione del nido. Insieme preparano una pallina di sterco che rotolano e trasportano in una galleria verticale scavata dal maschio, profonda anche 50 cm, alla quale la femmina aggiunge numerosi tunnel laterali e orizzontali, lunghi fino a 20 cm, che terminano ognuno con un'ampia camera, che è abbondantemente riempita con grandi quantità di escrementi, arricchiti di enzimi digestivi, lasciando un piccolo spazio solo per la deposizione dell'uovo.

In seguito la camera viene chiusa con terra. La femmina poi deposita l’uovo sullo sterco affinché la prole abbia cibo sufficiente a svilupparsi come larva (il nido è pedotrofico, in grado di nutrire la prole) e poi come ninfa, fino a raggiungere le dimensioni e la conformazione dell'insetto adulto. Alla nascita i piccoli stercorari, circondati dagli escrementi, hanno cibo a sufficienza per l'accrescimento.
Lo sviluppo dell'insetto richiede circa due anni e, anche se l'adulto è pronto in luglio, non uscirà dalla tana prima della primavera successiva.


UN VALIDO AIUTO PER L'ECOSISTEMA


L'azione che compiono gli insetti stercorari è eccezionale, poiché riescono a disgregare e far sparire completamente in brevissimo tempo quantità colossali di escrementi, particolarmente nei luoghi frequentati da mandrie di erbivori.Questi insetti svolgono una funzione ecologica importantissima. Infatti, nutrendosi degli escrementi permettono ai minerali e ai nutrienti in essi contenuti di essere utilizzati da altri organismi, eliminano lo sterco e attivano il ritorno dell'azoto nel suolo. Concimando i terreni, fertilizzano pascoli e riducono anche i rischi da contagio da parassiti.
Un esempio di sperimentazione proviene dagli allevatori australiani che, dopo aver introdotto animali domestici europei , sfiorarono il collasso ecologico della pastorizia e della zootecnia, per mancanza di volenterosi insetti stercorari. Condussero uno studio accurato e si resero conto ben presto che in una sola stagione una mandria di 40 vacche da latte può depositare 18 tonnellate di escrementi su un ettaro di terreno, e, in mancanza dell'intervento dei coprofagi , inevitabilmente il terreno stesso si sarebbe trasformato in un deserto sterile e inutilizzabile.

Gli allevatori importarono, allora, popolazioni di stercorari delle provenienze più adatte, come l’Africa meridionale, e nel giro di poche stagioni quell'esercito quasi invisibile, composto di miriadi di volontari scavatori, trasportatori, decompositori e trasformatori, ricreò il prezioso equilibrio naturale.


ANCHE NELLA STORIA...

Anche i reperti storici parlano in favore di queste specie coprofaghe: lo Scarabaeus sacer era lo scarabeo sacro degli antichi Egizi. Gli Egizi credevano, infatti, che l'insetto nascesse da una palla di sterco, per cui lo considerarono un'immagine dell'autocreazione. Il nome egizio dello scarabeo stercorario, kheper, significa "divenire" e simboleggia trasformazione e rinascita. Esso fu incluso nella teofania solare, poiché era considerato un'ipostasi (la personificazione) del sole nascente ed era identificato con Khepri, il dio del Sole nascente, che si supponeva creasse il Sole ogni giorno in modo analogo a quello con cui lo scarabeo crea la pallottola di sterco: come recita una preghiera del Libro dei Morti "Io sono Keper al mattino, Ra a mezzogiorno e Atum alla sera".
Lo scarabeo racchiude simboli solari: con le ali aperte è l'immagine del Sole nel suo duplice cammino, ascendente e discendente; quando sotterra la palla di sterco rappresenta il Sole che cala dietro la montagna .

Sul petto della mummia, o a volte al posto del cuore, veniva messo uno scarabeo (generalmente di oro e argento per unire i simboli di sole-luna) e si credeva assicurasse l'immortalità di chi lo possedeva.Riprodotto in vari materiali (pietre dure, steatite invetriata, calcare) aveva grande importanza come amuleto ed era spesso parte del corredo funerario. Aveva anche il fine utilitaristico di sigillo ed era portato appeso al collo o incastonato in un anello. Come effigie del Sole si conservano statue colossali di granito nero che hanno corpo umano e testa di scarabeo.

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E' IMPORTANTE RICORDARE CHI ERA LINNEO
Carl Nilsson Linnaeus, chiamato Carl von Linné dopo l'acquisizione di un titolo nobiliare (23 maggio 1707 – 10 gennaio 1778), più noto come Linneo (dalla forma latinizzata del nome, Carolus Linnaeus), fu biologo e grande sistematico svedese del Settecento. Linneo fu il creatore della moderna classificazione scientifica.


CURIOSITÀ PER I MATEMATICI
In geometria lo Scarabeo è una curva piana algebrica del 6° ordine, studiata dal matematico belga E.Ch. Catalan , così detta per la sua forma che richiama appunto quella di uno scarabeo:
http://www.mathcurve.com/courbes2d/scarabee/scarabee.shtml
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attenzione : azzerare l'audio in fondo pagina del blog

venerdì 10 aprile 2009

I LICHENI E LA GEOMETRIA FRATTALE: UN LABORATORIO MULTIDISCIPLINARE di Rosa Maria Mistretta







“Eppure si manifesta una relazione, una piccola relazione che si espande come l’ombra di una nube sulla sabbia, di una forma sul fianco di una collina…” (Wallace Stevens, Connoisseur of Caos)
Fu durante un’escursione in montagna che notai su rocce brulle alcune chiazze giallastre dai contorni frastagliati, leggermente in rilievo dopo un’abbondante pioggia. Mi balenò l’idea di voler misurare il contorno di una figura così irregolare.La macchia giallastra e finemente ornata è il lichene crostoso Rhizocarpon geographicum s.l.: ha una morfologia con sporgenze e rientranze assai irregolari.
Come misurare, dunque, il suo perimetro?


Il supporto della geometria euclidea era insufficiente, poiché non misura il grado d’irregolarità dei contorni di forme assolutamente prive di regolarità.La natura sviluppa architetture assai complicate: forme frammentate, frastagliate e spezzate, come ad esempio le curve cristalline dei fiocchi di neve, i contorni delle nuvole e le coste delle isole.
Nel 1975 il matematico Benoît B. Mandelbrot si cimentò alla determinazione della lunghezza delle coste della Gran Bretagna, soddisfacendo il quesito della misurazione dei contorni frastagliati, con la geometria frattale, termine coniato da egli stesso nello stesso anno: “Le nuvole non sono sfere, le montagne non sono coni, le coste non sono cerchi e la corteccia degli alberi non è liscia, né il fulmine viaggia in linea retta”. (Benoît Mandelbrot) ........


lunedì 6 aprile 2009

I TERREMOTI, GRANDI CATASTROFI NATURALI





Il terremoto, o sisma, è un fenomeno naturale, è un movimento della crosta terrestre di intensità variabile prodotto da una rapida liberazione di energia meccanica in qualche punto all'interno della Terra, che si propaga in tutte le direzioni (come una sfera) sotto forma di onde.

Il punto in cui l'energia si libera e si propaga per onde sferiche prende il nome di ipocentro, mentre il punto sulla verticale dell'ipocentro in corrispondenza della superficie terrestre prende il nome di epicentro.

I terremoti distruttivi, localizzati di solito a profondità non superiori a qualche decina di chilometri, si producono quando, a seguito di deformazioni, si verificano rotture di limitate porzioni della crosta terrestre (la parte più superficiale della litosfera).
Un po' di storia
Nell’Ottocento Otto Lidenbrock, docente di mineralogia, e suo nipote Axel, seguendo le tracce di un antico manoscritto, si calarono al centro della Terra attraverso il cratere dello Sneffels, un vulcano quiescente dell’Islanda. Ciò che scoprirono nelle viscere del pianeta fu sbalorditivo: vi trovavano mari, fiumi, tempeste magnetiche, piante e animali preistorici…
Un mondo sotterraneo sconosciuto, dove i dinosauri erano sfuggiti all’estinzione e giganteschi pastori custodivano greggi di mastodonti.
Affascinante scenario, no? Ma, a dire il vero, questa non è proprio la realtà!
E non era l'unica ipotesi che si faceva nell’Ottocento, quando Jules Verne (1828-1905) – grande scrittore francese, annoverato tra i padri della fantascienza – inventò questo strano mondo in uno dei suoi più famosi romanzi, “Viaggio al centro della Terra” (1864).
Fin dai tempi di Verne, infatti, erano in circolazione ipotesi più “scientifiche” su cosa si celasse all’interno del nostro pianeta e non solo quella che sosteneva che il centro della Terra fosse completamente ghiacciato.
I grandi passi in avanti compiuti dalla scienza negli ultimi due secoli, però, ci hanno consentito di affermare con certezza che quella teoria è sicuramente sbagliata dal momento che, come avremo modo di vedere oltre, al centro della Terra non si trovano certo dei ghiacci, bensì temperature altissime.

Il record assoluto di profondità è stato raggiunto nella seconda metà degli anni Settanta, quando i sovietici hanno perforato la penisola di Kola con un pozzo profondo 13 Km. Ben poca cosa - penserà qualcuno – in confronto all’enorme “profondità” della Terra! Eppure, attraverso questi saggi di perforazione è stato possibile caratterizzare meglio la crosta terrestre ed è stato possibile confermare che, oltre certe profondità, la discesa dell’uomo al centro della Terra è impedita sia dalle elevate temperature, sia dai valori altissimi della pressione.
Infatti, con l’aumentare della profondità, la pressione esercitata dalle rocce soprastanti aumenta costantemente: 1 cm cubo di materia posto al centro della Terra sopporta su ciascuna delle sue sei facce un peso di ben 18.000 tonnellate. Per quanto riguarda la temperatura, invece, è stato calcolato che essa aumenta di 1° C ogni 33 metri di profondità. Tuttavia questo rapporto non è costante.
Se infatti aumentasse sempre con quel ritmo, al centro della Terra avremmo temperature di milioni di gradi, cosa in realtà impossibile. Inoltre tutto il calore della Terra non è concentrato nel nucleo. Esso proviene in gran parte dal mantello (uno dei gusci di cui è composta la sfera terrestre), dove vi è abbondanza di minerali radioattivi che, decadendo, rilasciano calore.
A partire da questi dati, risulta quindi evidente che le conoscenze sulla struttura della Terra possono essere acquisite dall’uomo soltanto attraverso testimonianze “indirette” come, ad esempio, lo studio delle onde sismiche.

CURIOSITA': come prevenire i terremoti

domenica 5 aprile 2009

ALBERT EINSTEIN E IL PARADOSSO DEI GEMELLI di Rosa Maria Mistretta


"Se un organismo vivente, dopo un volo arbitrariamente lungo ad una velocità approssimativamente uguale a quella della luce, potesse ritornare nel suo luogo d'origine, egli sarebbe solo minimamente alterato, mentre i corrispondenti organismi rimasti, già da tempo avrebbero dato luogo a nuove generazioni." (Einstein, 1911)
Alla fine dell'Ottocento, i fisici Albert Michelson (premio Nobel per la fisica nel 1907) e Edward Morley misero a punto un esperimento di interferometria, tra i più celebri della storia della fisica, nel tentativo di evidenziare differenze nella velocità della luce, a causa del moto della Terra attraverso l'ipotetico etere, che si supponeva riempisse tutto lo spazio.
Il risultato inaspettatamente nullo di tale esperimento, oltre a evidenziare l'inesistenza dell'etere cosmico, dimostrava che la velocità della luce non dipendeva dal modo in cui si muoveva l'apparecchio di misurazione. La velocità della luce nel vuoto era una quantità incredibilmente costante, indipendente dal moto della sorgente luminosa o dell'osservatore.

Durante i primi anni del secolo XX, mentre Wilhelm C. Röntgen scopriva i raggi X e i coniugi Curie studiavano le emissioni provenienti da sostanze radioattive, Albert Einstein (1879-1955) giungeva a considerare la costanza della velocità della luce non un risultato paradossale, bensì il punto di partenza per ribaltare i concetti newtoniani di "spazio" e "tempo" assoluti.
Con grande intuito, qualità che permette di capire anche quando non si dispone di un numero sufficiente di prove sperimentali, Einstein scriveva che la luce si propagava nel vuoto con velocità costante, negando la possibilità che questa potesse superare il valore di 300.000 chilometri circa al secondo, limite massimo per tutte le velocità dell'universo.

Ma allora, se la luce viaggiava nel vuoto sempre a velocità costante, cosa sarebbe accaduto alle ben note leggi della meccanica classica?
Tra le numerose, sorprendenti, conseguenze, Einstein avanzò l'ipotesi rivoluzionaria che lo scorrere del tempo variasse a secondo dello stato di moto (o di quiete) dell'osservatore, dipendendo dalla velocità con la quale quest'ultimo si muoveva.

Cosa intendeva dire Einstein? Il tempo misurato da un orologio in movimento scorre più lentamente rispetto al tempo misurato da un orologio fermo, in modo tanto più evidente quanto più velocemente l'orologio si muove. In altre parole, il tempo misurato da una persona che corre rallenta, in modo tanto più evidente quanto più veloce essa corre.
Questo rallentamento dello scorrere del tempo corrisponde a una dilatazione dei tempi, ossia degli intervalli di tempo misurati, per cui due eventi, contemporanei per un osservatore in quiete, non lo saranno più per un osservatore che si muova rispetto al primo. Ciascun osservatore non noterà alcun effetto sul "proprio" tempo, vale a dire per ciascuno di essi il tic-tac del "proprio" orologio batterà sempre con la consueta velocità; ma tanto maggiore sarà la velocità relativa dei due osservatori, tanto più lento apparirà marciare all'uno l'orologio dell'altro.

Paradossalmente, al raggiungimento della velocità limite della luce, i due osservatori, in moto relativo, vedranno fermarsi l'uno l'orologio dell'altro, pur continuando a veder camminare regolarmente il "proprio" orologio.

In sostanza, se i due osservatori sono in moto relativo uniforme fra di loro, senza accelerare, né rallentare, né cambiare direzione, e hanno con sè orologi identici, ognuno dei due osserverà l'orologio dell'altro funzionare più lentamente. Vale a dire: esiste una perfetta simmetria tra i due osservatori, per cui ognuno dei due darà una descrizione analoga, ugualmente valida, del fenomeno.

Ma cosa succede se il moto non è più uniforme? A tale proposito, Einstein suggerì l'ormai famoso "paradosso dei gemelli" (anche se in realtà non si tratta di un "paradosso", in quanto viene spiegato completamente nel contesto dei due postulati della teoria della Relatività Ristretta).

Ci sono due gemelli, inizialmente nello stesso posto e dotati di due orologi uguali, sincronizzati. Uno dei due gemelli rimane a Terra, mentre l'altro parte per un viaggio interstellare a bordo di un'astronave, la cui velocità, molto elevata, raggiunge l'80% di quella della luce. Al suo ritorno a Terra, l'orologio del gemello astronauta segna che son trascorsi 30 anni (di tempo "proprio") dalla partenza, mentre quello del suo gemello, rimasto a Terra, ne segnerà ben 50 dalla partenza dell'astronave.
Poiché nel veicolo spaziale, in movimento ad altissima velocità, tutti i fenomeni scorrono più lentamente, nell'ipotesi che gli orologi biologici (ad esempio, le pulsazioni ritmiche del cuore, i battiti del polso) si comportino come gli ordinari segnatempo, anche l'invecchiamento avverrà con un ritmo più lento. In altri termini, dopo avere fatto questo viaggio a velocità elevatissime, ritornando sulla Terra, l'astronauta ritroverà il fratello gemello più vecchio di lui di ben 20 anni! In questo caso, poichè il gemello astronauta non compie un moto uniforme, ma deve necessariamente accelerare e decelerare per effettuare l'andata e il ritorno, la situazione non è più simmetrica: l'astronauta avrà, in effetti, vissuto di meno rispetto al suo gemello rimasto a Terra.
Teoricamente, dunque, la Relatività favorisce l'esplorazione cosmica, in quanto nell'arco della propria vita un astronauta potrebbe intraprendere un viaggio verso una stella lontana per poi ritornare sulla Terra e scoprire che sono trascorsi alcuni secoli ... dalla sua partenza!!

Un argomento quanto mai affascinante, non solo per gli scrittori di fantascienza ...

LE CLASSI SPETTRALI NELLA STORIA DELL'ASTRONOMIA


Ogni stella ha una carta d'identità rappresentata da uno spettro elettromagnetico, cioè da una lastra fotografica scura solcata da righe luminose, ognuna delle quali indica la presenza di un determinato elemento chimico all'interno dell'atmosfera stellare. Attraverso l'analisi degli spettri stellari, le stelle vengono suddivise in 10 classi (o tipi) spettrali, a seconda delle loro caratteristiche fisico-chimiche:

O B A F G K M R N S
Ma per giungere a questo risultato occorre analizzare alcuni passaggi nella storia dell'Astronomia.
Josef von Fraunhofer
Nel 1800 Joseph von Fraunhofer (1787-1826) ottiene per la prima volta lo spettro del Sole, assegnando a ciascuna riga visibile una lettera dell'alfabeto, senza alcuna relazione con i simboli degli elementi chimici. Ad esempio, le righe H e K, indicate da Fraunhofer nel XIX secolo, corrispondono in realtà alle righe del Calcio ionizzato, "Ca II 3968" e "Ca II 3934". (Attualmente, uno dei metodi utilizzati per identificare le righe spettrali consiste nell'indicare il simbolo dell'elemento chimico, il suo stato di ionizzazione per mezzo di un numero romano, la lunghezza d'onda corrispondente, misurata in angstrom.) La classificazione viene arricchita in seguito da Padre Angelo Secchi (astronomo e meteorologo, 1818-1878). Lo schema da lui proposto, ottenuto con metodi del tutto empirici, è costituito da 5 tipi spettrali di base, a seconda del colore della stella e delle righe spettrali visibili (e quindi dei differenti elementi e/o composti chimici presenti nell'atmosfera stellare). Fra questi, negli spettri di "tipo IV" sono presenti i composti del Carbonio, negli spettri di "tipo III" l'ossido di Titanio, ed in particolare negli spettri di "tipo V" sono visibili righe molto brillanti, assolutamente inspiegabili ai tempi di Padre Secchi, ma successivamente riconosciute come righe di emissione, prodotte dagli elettroni che si spostano verso stati di energia più bassi, fenomeno che si riscontra nei gas molto caldi, sottoposti a bassa pressione, come nel caso di regioni particolarmente calde delle atmosfere stellari o delle nebulose diffuse (o planetarie). Ecco, brevemente, la successiva cronologia delle differenti classificazioni spettrali:
1890: esce il primo catalogo di spettri stellari stilato da Williamina P. Fleming, in cui vengono utilizzate le lettere dalla A alla Q, in ordine alfabetico, a partire dagli spettri all'apparenza più semplici, per finire a quelli più complessi. 1896: Pickering e Fleming tolgono dallo schema precedente i tipi spettrali corrispondenti alle lettere D, L ed I, fanno precedere il tipo spettrale F a quello E, per poi successivamente eliminare le classi C, E ed H.
1900: Antonia C. Maury sviluppa un nuovo schema, comprendente 22 gruppi di stelle, ciascuno dei quali è identificato da un numero romano affiancato da una lettera dell'alfabeto. In questo schema, la classe B precede quella A, seguita immediatamente dalla F; inoltre, la Maury suggerisce di inserire la classe O di stelle più luminose all'inizio della sequenza.
1901: Annie J. Cannon aggiunge maggiori dettagli alla classificazione spettrale proposta precedentemente da Pickering. Ad esempio, una stella posta tra le classi spettrali K e M, inizialmente denominata K5M, viene in seguito inserita nella classe spettrale K5. La Cannon suddivide le stelle della classe spettrale O in sottogruppi, da Oa ad Oe, in base alle righe di emissione presenti. Al termine di questa classificazione si ottiene la sequenza, più familiare:
O B A F G K M
Le due ultime classificazioni vengono compilate al fine di ottenere una sequenza continua di spettri, a partire dal colore della stella e quindi dalla sua temperatura: dalle più calde, di colore blu-bianco, alle più fredde, di colore arancio-rosso.
1918 - 1924: viene pubblicato ad Harvard l'"Henry Draper Catalogue" (HD). Questo catalogo, edito da Cannon e Pickering nel 1890, contenente inizialmente gli spettri stellari (oltre 10.000) ottenuti dal fisico e astronomo statunitense Henry Draper (uno dei pionieri della spettroscopia, il primo a fotografare le righe di assorbimento stellare), viene successivamente ampliato fino a contenere ben 225.300 spettri stellari!
1943: Morgan, Keenan e Kellman definiscono una sequenza di sei classi di luminosità, in base alle differenze esistenti tra gli spettri delle stelle "giganti", "supergiganti" e "nane". In questo sistema (chiamato il "sistema MKK" e più tardi "MK", o Morgan-Keenan) è evidente la varietà delle righe, a secondo della luminosità intrinseca della stella.
Ad esempio, all'aumentare della luminosità, la riga del Calcio neutro s'indebolisce nelle stelle di tipo M, mentre le righe dell'Idrogeno si restringono nelle stelle di tipo spettrale A.
1948: il numero di stelle classificate giunge a 359.082! Ed ecco l'attuale, intera, classificazione spettrale: O, indicante spettri di stelle con righe d'Idrogeno piuttosto deboli, con righe di atomi e ioni di Elio. Gli spettri delle stelle O sono gli unici ad avere righe di Elio ionizzato e ciò implica la presenza di moltissima energia (24 eV), utile per separare gli elettroni dall'atomo di Elio.
Solo in stelle molto calde si può avere tale valore di energia di ionizzazione. B, il cui spettro mostra righe d'Idrogeno molto forti, insieme a righe di atomi di Elio ed altri elementi debolmente rilevabili. A, in cui le righe dell'Idrogeno sono più marcate e non sono presenti righe di Elio, se non in misura molto debole, rilevate solamente usando risoluzioni spettrali molto alte.
Sono, invece, visibili righe spettrali dovute alla presenza di elementi più pesanti come il Ferro, il Cromo ed altri elementi. L'energia necessaria perché questi elementi "pesanti" perdano un elettrone, cioè passino dallo stato fondamentale a quello ionizzato, è di circa 8 eV. F, in cui le righe degli ioni degli elementi "pesanti" (i cosiddetti metalli) iniziano ad essere più intense. In astrofisica, tutti gli elementi i cui atomi sono più pesanti dell'Elio vengono chiamati metalli. Chiaramente il Carbonio e l'Ossigeno non presentano caratteristiche fisico-chimiche proprie dei metalli, ma nel gergo astronomico sono indicati come tali. G, in cui le righe di alcuni metalli e le righe dell'Idrogeno hanno intensità comparabili. Lo spettro solare appartiene alla classe spettrale G. K, dove predominano le righe H e K del Calcio ionizzato, "Ca II". A partire dal tipo stellare M, le righe dell'Idrogeno cominciano ad essere più deboli, e si osservano bande molecolari, che indicano la presenza di CN (cianogeno), CH (acido carbonico), TiO (ossido di Titanio). R, N, S, che differiscono dal tipo spettrale M per specie e intensità delle bande molecolari.
Le stelle S mostrano bande di ZrO (ossido di Zirconio). Le stelle N e R sono generalmente chiamate "stelle al Carbonio" C. Nei loro spettri sono visibili bande di elementi che contengono un atomo di Carbonio, mentre non sono visibili molecole con Ossigeno, ad eccezione della molecola dell'ossido di Carbonio CO. Le "stelle al Carbonio" C si riconoscono anche con un piccolo telescopio, per via della loro colorazione, fortemente arrossata. Attualmente, la classificazione in uso, definita "bidimensionale", risale al 1943, agli scienziati Morgan e Keenan, e utilizza sia il tipo spettrale, che dà un'indicazione della temperatura effettiva dell'atmosfera stellare, sia la classe di luminosità, indicata da numeri romani, nel modo seguente:

I, per le stelle "supergiganti"
II, per le stelle "giganti" luminose
III, per le stelle "giganti"
IV, per le stelle "subgiganti"
V, per le stelle "nane"
VI, per le stelle "subnane"
VII, per le stelle "nane bianche"
Ogni tipo spettrale è suddiviso a sua volta in 10 sottoclassi, che vanno da 0 a 9, compreso il valore 0.5 che indica lo spettro con caratteristiche intermedie tra due sottoclassi successive. Inoltre, vengono utilizzate, di volta in volta, le lettere minuscole a, b, c, per indicare rispettivamente spettri con righe ben definite, con righe indistinte, in presenza di anomalie. L'uso di questi "codici" permette di far luce sulle caratteristiche intrinseche dell'oggetto stellare che si sta osservando, rilevando una grande quantità di informazioni, tale da permettere di tracciare una descrizione dell'evoluzione di una stella, del suo destino finale, delle sue peculiarità e delle differenze esistenti rispetto ad altri tipi di stelle.
Alcuni esempi:
Stella Classe spettrale
Arturo (Alpha Bootis) K1 III
Sirio (Alpha Canis Majoris) A1 V
Betelgeuse (Alpha Orionis) M2 Iab
Mira (Mira Ceti) M7IIIe
Canopus (Alpha Carinae) F0II
Vega (Alpha Lyrae) A0V

HANS BETHE E LA SORGENTE DI ENERGIA PER LA VITA di Rosa Maria Mistretta



D'origine tedesca, nato nel 1906 a Strasburgo, Hans Bethe è stato premio Nobel per la fisica nel 1967 per aver individuato nei processi di fusione dei nuclei atomici i meccanismi di produzione di energia all'interno delle stelle.

Oggi sappiamo che nel Sole la conversione in elio di una quantità di idrogeno pari ad una capocchia di spillo genera più energia della combustione di migliaia di tonnellate di carbone: la potenza totale emessa dalla nostra stella nello spazio è pari a 382.000 miliardi di miliardi di chilowatt ! (Ciò significa che la nostra stella emette in un solo secondo più energia di quanta ne abbia consumata l'umanità in tutta la sua storia.)

Ma qual è il meccanismo che in questa enorme fornace produce una tale potenza e riesce a dare nello stesso tempo sufficiente stabilità al sistema? L'enigma è stato risolto nel 1938 da Hans Bethe, ma il primo tentativo di risposta si ebbe già nell'Ottocento. Proponendo un normale processo di combustione chimica, s'ipotizzò che il Sole, composto da carbonio ed ossigeno, potesse bruciare come un enorme pezzo di carbone. Ma questa teoria si rivelò del tutto sbagliata, poiché, pur possedendo una massa molto elevata, il Sole si sarebbe consumato in circa 1500 anni.

Le prove geologiche indicavano, al contrario, che la Terra e quindi il Sole avessero un'età ben maggiore. Attualmente, l'età del Sole è stimata intorno ai 5 miliardi d'anni. Nel 1853 lo scienziato inglese Lord Kelvin propose il meccanismo della contrazione gravitazionale: una stella è una massa (all'incirca) sferica di gas incandescente, autogravitante (ossia tenuto insieme dalla forza gravitazionale generata dalla sua stessa massa), che raggiunge temperature elevate a causa della compressione gravitazionale. Questa massa di gas, contraendosi sotto l'effetto della propria gravità, libera energia gravitazionale con l'effetto di riscaldarsi e sprigionare energie molto intense.

Secondo questa ipotesi, però, l'intera struttura solare sarebbe collassata in soli 20 milioni di anni circa, un tempo troppo breve per consentire l'evoluzione della vita sulla Terra, avvenuta nel corso di migliaia di milioni di anni. Solo nel 1938, in accordo con i dati evolutivi solari, Hans Bethe intuì l'esistenza di una sorgente d'energia stellare d'origine termonucleare, avanzando l'ipotesi che nella zona centrale del Sole temperatura, pressione e densità raggiungessero valori assai elevati, in grado di innescare le reazioni di fusione nucleare.

Formulò, così, la teoria della fusione dell'idrogeno, secondo due cicli distinti di reazioni, in ciascuno dei quali quattro nuclei d'idrogeno (quattro protoni) si fondono per formare un nucleo di elio, più leggero di circa lo 0,7% rispetto alla massa complessiva dei quattro protoni iniziali. L'idrogeno "brucia", dunque, attraverso due processi principali: la catena protone-protone (p-p) e il ciclo del carbonio (ciclo CNO o di Bethe). La catena protone-protone è propria delle stelle a temperatura inferiore, come il Sole, dove è necessario che nelle zone centrali la temperatura cosiddetta di innesco raggiunga i 6 milioni di gradi Kelvin.

Il ciclo del carbonio, invece, si innesca solo se il nucleo della stella è molto denso e pesante e la temperatura è notevolmente più alta (circa 15 milioni di gradi kelvin), in modo che i nuclei atomici del carbonio possano giocare un ruolo decisivo (da catalizzatori) nella conversione dell'idrogeno in elio. Nella catena protone-protone, il primo passo consiste nella formazione del deuterio a partire dalla collisione di due protoni. In questo processo, uno dei due protoni si trasforma in un neutrone, espellendo la sua carica positiva sotto forma di un elettrone positivo (positrone) e rilasciando energia sotto forma di un neutrino. Non appena il positrone incontra un elettrone, i due si annichilano liberando energia sotto forma di raggi gamma.

La fusione dei due protoni che dà origine al deuterio è straordinariamente lenta. In media, un protone deve attendere circa 1010 anni prima che le collisioni casuali con altri protoni gli conferiscano abbastanza energia e velocità da poter superare la barriera elettrica positiva. D'altra parte, però, nel Sole il numero dei protoni è così elevato (e dunque anche il numero delle collisioni) che questo processo, di fatto, si verifica continuamente
(protone + protone ==> deuterio + positrone + neutrino)

Dopo pochi secondi il deuterio si fonde con un terzo nucleo d'idrogeno (un protone) e produce un nucleo di elio 3 (contenente due protoni e un neutrone) con liberazione di energia gamma (fotone)
(deuterio + protone ==> elio 3 + fotone)

Il terzo ed ultimo passaggio si compie in media in un milione di anni, quando due nuclei di elio 3 collidono tra di loro con velocità sufficiente per fondersi in un nucleo di elio 4 (contenente due protoni e due neutroni), liberando contemporaneamente una coppia di protoni
(elio 3 + elio 3 ==> elio 4 + protone + protone)

A temperature superiori a quella d'innesco del catena protone-protone, a circa 15 milioni di gradi Kelvin, se nella materia stellare sono presenti nuclei di carbonio, azoto e ossigeno, i nuclei d'idrogeno partecipano a un'altra serie di reazioni, il ciclo CNO o di Bethe, che ha ancora una volta come esito finale la sintesi di quattro protoni in un nucleo di elio. Un nucleo di carbonio 12 (contenente 6 protoni e 6 neutroni) si fonde con un nucleo d'idrogeno (un protone) e forma un nucleo instabile di azoto 13, con produzione di energia gamma
(carbonio 12 + protone ==> azoto 13 + fotone)

Il ciclo CNOPer il fenomeno del decadimento radioattivo, il nucleo di azoto 13 emette un positrone e un neutrino, convertendosi in un nucleo di carbonio 13
(azoto 13 ==> carbonio 13 + positrone + neutrino)

Se il nucleo di carbonio 13 incontra un altro protone, si tramuta in un nucleo di azoto 14 con emissione di energia gamma
(carbonio 13 + protone ==> azoto 14 + fotone)

L'azoto 14 reagisce con un terzo protone e produce ossigeno 15 emettendo energia gamma
(azoto 14 + protone ==> ossigeno 15 + fotone)

L'ossigeno 15, poiché instabile, si trasforma in azoto 15, rilasciando un positrone e un neutrino.
(ossigeno 15 ==> azoto 15 + positrone + neutrino)

Se un altro protone penetra nel nucleo di azoto 15, questo espelle un nucleo di elio 4, ripristinando il nucleo iniziale di carbonio 12 con emissione di energia gamma
(azoto 15 + protone ==> carbonio 12 + elio 4 + fotone)

A questo punto, il ciclo può ricominciare dato che il carbonio 12 e l'azoto 14 si mantengono in proporzioni inalterate nel tempo, agendo così da intermediari (ossia da catalizzatori) nel processo di sintesi dell'idrogeno in elio.

La storia di una stella è, in sostanza, la storia di una progressiva contrazione di una sfera di gas autogravitante, di volta in volta rallentata dall'innesco delle reazioni nucleari. In altre parole, la contrazione gravitazionale, producendo un graduale innalzamento della temperatura interna della struttura stellare, determina l'innesco delle reazioni termonucleari di fusione. Nel momento in cui, nella zona in cui avvengono le reazioni, il combustibile nucleare si esaurisce, la gravità torna alla carica innalzando ulteriormente le temperature centrali sino a determinare l'innesco delle reazioni di fusione dei prodotti della precedente combustione. Avanti di questo passo, una stella "brucia" man mano, a partire dall'idrogeno, i vari prodotti di combustione in elementi sempre più pesanti.

Le reazioni termonucleari, dunque, se da un lato riforniscono le stelle dell'energia necessaria per poter risplendere, dall'altro sintetizzano gli elementi chimici, a partire dall'idrogeno e dall'elio, determinandone le abbondanze presenti nell'universo. Nel cosmo l'idrogeno è l'elemento di gran lunga più abbondante, seguito dall'elio, dall'ossigeno, dal carbonio e dal ferro. L'attività nucleare stellare, pertanto, è stata di fondamentale importanza per l'arricchimento chimico dell'universo. Un essere umano di circa 70 chili è formato da 1028 atomi. 38 sono gli elementi chimici individuati, tra i quali l'ossigeno, il carbonio, l'idrogeno, l'azoto, il fosforo e il potassio.

Gli scienziati sono concordi nel ritenere che questi elementi chimici provengano dal cosmo (in particolare, un buon 10% dalla galassia di Andromeda), disseminati negli spazi interstellari dai venti stellari e dalle esplosioni di supernovae. In tutta la collezione di atomi presenti in Natura, l'elemento che presenta una ricchezza straordinaria di strutture è il carbonio, l'atomo "ideale" per le costruzioni molecolari, in grado di formare molecole organiche gigantesche, che sono alla base delle diversità presenti nella vita organica.

La chimica organica umana ha, dunque, un'origine cosmica!

sabato 4 aprile 2009

IL NASTRO DI MöBIUS




La più semplice delle superfici unilatere (aventi cioè una sola faccia) è il nastro di Möbius, che può essere costruito incollando le estremità di una striscia di carta dopo averla avvolta di mezzo giro.


Un oggetto che si muove su tale superficie, senza debordare dalla striscia, ritorna capovolto nella posizione di partenza.

Chi è August Ferdinand Möbius?
Matematico tedesco (Schulpforta 1790 - Lipsia 1868). Professore di astronomia e osservatore della specola di Lipsia, le sue opere lo pongono tra i fondatori della geometria proiettiva.
Si occupò anche di ottica e di astronomia sperimentale. A lui si deve il concetto di corrispondenza biunivoca o trasformazione nel piano o nello spazio, che è uno dei concetti fondamentali della geometria moderna.
per approfondimenti:

LA CELLULA VEGETALE


L'unità strutturale e funzionale fondamentale di tutti gli organismi è la cellula.


All'interno di queste minuscole entità, si svolgono i complessi processi biochimici e fisici che permettono alla vita di perpetuarsi. Non è decomponibile in parti di ugual valore ed ha sempre origine da un'altra cellula analoga per aspetto, funzione e struttura. Tutti gli organismi vegetali ed animali sono costituiti da cellule; da una sola gli unicellulari, da molte i pluricellulari. La forma e le dimensioni della cellula variano molto nei diversi organismi; generalmente sono tondeggianti e visibili solo al microscopio ma, in alcuni casi eccezionali, ci sono cellule che raggiungono e superano il centimetro di lunghezza. Negli organismi pluricellulari le forme delle cellule sono molto variabili a secondo dei tessuti di cui fanno parte; possono quindi essere tubulari, filiformi, cubiche, cilindriche o stellate.


Com'è fatta la cellula

Osservata al microscopio una cellula vegetale si presenta come una specie di celletta ben delimitata da un involucro più o meno rigido: la parete cellulare. Questa struttura è presente in quasi tutte le cellule vegetali e manca invece completamente in quelle animali; è un prodotto del metabolismo cellulare e subisce quindi modifiche durante tutta la vita della cellula. Attraverso la parete passano anche tutte le sostante nutritizie necessarie alla cellula e in essa si localizzano le attività enzimatiche. Alla morte della cellula la parete, irrigidita, rimane come struttura di sostegno del corpo vegetale.


All'interno della parete cellulare si trova il citoplasma, che costituisce la massa principale della cellula, in cui sono inclusi tutti gli altri costituenti. La matrice fondamentale del citoplasma è lo ialoplasma, che è un materiale vischioso, a struttura non omogenea, trasparente, più denso e rifrangente dell'acqua, insolubile e dotato di una certa elasticità.
Il citoplasma è delimitato da una pellicola ectoplasmatica che si trova al di sotto della parete cellulare; è costituito anche da un reticolo endoplasmatico, che forma una sorta di fitta rete, costituita da tubuli, sacculi e vescicole. Al reticolo endoplasmatico possono essere associati i ribosomi, importantissime strutture per la vita cellulare. In posizione centrale o eccentrica nella cellula, delimitato da una membrana e distinguibile da citoplasma per un maggior potere di rifrangenza, si trova il nucleo, sede di tutte le attività più importanti della cellula e di conseguenza dello individuo stesso. All'interno del nucleo a riposo (cioè non in fase di divisione cellulare), sono visibili i nucleoli.


Altre strutture importantissime che si trovano nella cellula sono i cosiddetti organelli citoplasmatici. Fra questi ricorderemo i plastidi, che sono tipici di tutti i Vegetali Superiori e delle Alghe e si possono dividere in diverse categorie con funzioni differenti (cloroplasti, leucoplasti, cromoplasti); i mitocondri, sede della respirazione cellulare; i dictiosomi, che sembrano fungere da elementi escretori della cellula; i lisosomi, con funzione simile a quella dei dictiosomi.
Altri costituenti della cellula che bisogna menzionare sono i vacuoli; anche questi sono presenti solo nelle cellule vegetali e aumentano e loro dimensioni con l'invecchiamento della cellula: hanno l'importante funzione di regolare gli scambi idrici e la pressione osmotica.


La parete cellulare
La parete cellulare, elemento di fondamentale importanza, costituisce una struttura peculiare del mondo vegetale, dove si osserva in tutte le cellule ad esclusione di quelle di alcune Alghe e Funghi.
Per quanto riguarda la composizione chimica, nei Vegetali Superiori, la parete è costituita da cellulosa, associata ad un complesso, quantitativamente variabile, di polisaccaridi non cellulosici (emicellulose e sostanze pectiche). La parete cellulare prende origine durante l'ultima fase della divisione cellulare: la telofase.

Nella formazione della parete si possono distinguere, per semplicità, tre fasi corrispondenti alla formazione della: 1) lamella mediana, 2) parete primaria, 3) parete secondaria.


La prima costituisce la divisione primitiva fra due cellule figlie; la lamella mediana è continua e comune a tutte le cellule. La parete primaria, caratteristica delle cellule in crescita è in continua distensione. La terza si forma quando i processi di crescita sono terminati. L'accrescimento della parete, avviene per apposizione successiva di microfibrille prima e di fibrille poi, fino a raggiungere uno sviluppo diverso a seconda dei vari tipi di cellula: in quelle del parenchima clorofilliano esaurisce presto la sua crescita; in quelle dei tessuti di sostegno raggiunge spessori così cospicui da riempire quasi tutto il lume cellulare; nei tessuti parenchimatici acquista una proporzione uguale in tutti i punti della superficie.


Sempre in relazione alle diverse funzioni cui le cellule sono adibite, siano esse isolate o parte di un tessuto, la parete cellulare presenta delle modificazioni chimiche. Le più frequenti sono la lignificazione (apposizione di lignina), la suberificazione (apposizione di lamelle di suberina e di sughero), cutinizzazione, cerificazione, ecc.


Il citoplasmaIl citoplasma assume forme diverse secondo l'età ed il grado di differenziazione della cellula. Nelle cellule giovani ed in quelle non differenziate esso riempie in modo omogeneo tutto l'interno, con il nucleo situato in posizione centrale. Durante l'accrescimento, il volume cellulare aumenta notevolmente mentre la massa citoplasmatica resta costante o aumenta di poco. In essa compaiono delle cavità (vacuoli) delimitate da una membrana (tonoplasto) e ripiene di soluzioni acquose. I vacuoli all'inizio si presentano piccoli e molto numerosi e danno al citoplasma un aspetto schiumoso. Nelle fasi successive essi occupano uno spazio sempre maggiore e a mano a mano confluiscono riducendo il citoplasma ad uno strato il cui spessore è in continuo decrescimento, addossato alla parete.
La matrice del citoplasma, lo ialoplasma, è costituita per il 70% da acqua e per il restante 30% da sostanze organiche quali protidi, ribonucleotidi (proteine associate a RNA), lipidi, zuccheri, aminoacidi, diversi enzimi e sali minerali. Recentemente è stata segnalata anche la presenza di un DNA citoplasmatico non legato a mitocondri o plastidi. La struttura molecolare dello ialoplasma sarebbe costituita da lunghe catene polipeptidiche legate tra loro a formare una sorta di rete a maglie.


Dal punto di vista fisico-chimico, lo ialoplasma risulta costituito di due fasi: una fase liquida acquosa, continua, o fase disperdente e una fase dispersa, discontinua, formata da grosse macromolecole, paragonabile ad un sistema colloidale.
Il citoplasma vivente è dotato di mobilità. La luce, la temperatura, le sostanze riducenti la viscosità dello ialoplasma, un forte assorbimento di ossigeno, stimolano i movimenti che vengono detti di ciclosi, in quanto il senso del movimento si inverte di tanto in tanto. Le funzioni dello ialoplasma sono molteplici, in generale si può dire che è la matrice comune nella quale sono immersi i diversi organelli cellulari, che ricevono da esso le sostanze necessarie al loro funzionamento, riversandovi i prodotti del loro metabolismo.


Come già accennato il citoplasma è delimitato da una pellicola ectoplasmatica o plasmalemma, che svolge l'importante funzione di controllare la permeabilità cellulare, cioè gli scambi di sostanze con l'ambiente. È presente in tutte le cellule siano esse fornite o prive di parete, alla quale aderisce strettamente. La membrana ectoplasmatica presenta verso l'esterno dei sottifi canalicoli, i plasmodesmi, che attraversando la parete cellulare in corrispondenza delle punteggiature, determinano la continuità citoplasmatica tra le cellule. Chimicamente è costituito per circa due terzi di lipidi e da circa un terzo di proteine. Il plasmalemma si comporta come una membrana semipermeabile, manifestando una permeabilità selettiva per piccole molecole presenti nelle soluzioni acquose e non per quelle grosse come i colloidi ed inoltre permettendo il passaggio di sostanze a velocità diverse.


Il reticolo endoplasmatico costituisce un sistema di cavità intracitoplasmatiche, delimitate da una membrana continua, che attraversa il citoplasma in tutti i sensi. Secondo alcuni autori il reticolo endoplasmatico deriverebbe da invaginazioni del plasmalemma. La membrana di alcuni tubuli appare in continuità con lo strato esterno della doppia membrana nucleare; dei tratti di reticolo attraverso i plasmodesmi stabiliscono una continuità citoplasmatica tra cellule vicine. Al microscopio elettronico le membrane dei reticolo presentano una struttura identica a quelle della pellicola ectoplasmatica.


Le funzioni del reticolo endoplasmatico sono ancora poco conosciute. È certa una partecipazione alla sintesi proteica ma non si conosce il meccanismo di azione dei suoi diversi costituenti: ribosomi, membrane, cavità interne. È stata recentemente avanzata l'ipotesi che le zone del reticolo senza ribosomi abbiano un ruolo nella sintesi dei lipidi. Il reticolo inoltre sembra intervenire nel trasferimento degli zuccheri, degli aminoacidi e dell'ATP.


Il nucleoIl nucleo è un organulo vivo immerso nel citoplasma, indispensabile alla vita della cellula. Ciò è dimostrato dal fatto che non esistono cellule vive senza nucleo e una cellula denucleata muore. Il nucleo è sempre presente in ogni cellula viva, anche se in alcuni organismi vegetali filogeneticamente primitivi e quindi poco specializzati, quali i Batteri e le Alghe azzurre, il materiale nucleare non è morfologicamente differenziato. In questi organismi non esiste un nucleo evidente, ossia un nucleo che si presenti nella sua forma tipica, ma una sostanza nucleare compenetrata con la massa plasmatica.


La forma del nucleo è molto variabile; in genere si presenta sferoidale, specie in quelle isodiametriche; inoltre può assumere forma allungata, come in alcune cellule epidermiche e nelle cellule dei vasi conduttori, ellittica, fusiforme, come nelle cellule che hanno avuto maggiore sviluppo in una direzione, o filiforme. La grandezza varia da organismo ad organismo e da cellula a cellula nell'ambito di uno stesso organismo a seconda del grado di sviluppo e delle condizioni fisiologiche generali. Ha un diametro oscillante da uno a seicento micron e nelle cellule di piante superiori la misura del diametro è compresa tra cinque e venticinque micron. Il nucleo raggiunge la grandezza massima prima dell'accrescimento definitivo della cellula; perciò nelle cellule giovani esso appare relativamente più grande che nelle cellule adulte.


All'osservazione microscopica il nucleo appare circondato da una sottile membrana, detta membrana nucleare. All'interno di questa membrana si trova il plasma nucleare o carioplasma, che osservato in vivo appare ialino ed omogeneo, contenente uno o più corpiccioli fortemente rifrangenti, detti nucleoli. In un nucleo fissato e colorato il carioplasma non è omogeneo ed appare formato da due fasi: una più densa, gelatinosa, che costituisce un fine reticolo sospeso nella cariolinfa o succo nucleare. Il reticolo nucleare può essere messo in evidenza dalla sua forte affinità per i coloranti basici, ed a causa di tale proprietà fu chiamata cromatina la sostanza che lo costituisce. Nel nucleo sono presenti molte proteine che rappresentano il 50-80% del suo peso secco e sono localizzate nella cromatina, nei nucleoli e nella cariolinfa. Proteine coniugate con lipidi si trovano sotto forma di lipoprotidi nella membrana nucleare. La percentuale di lipidi varia dal 10 al 40%. Nelle ceneri del nucleo si osservano piccole quantità di metalli diversi, legati a composti organici per formare coenzimi.


Dal punto di vista fisico il nucleo è più vischioso del citoplasma ed in certi stadi può assumere la consistenza gelatinosa. Le principali funzioni del nucleo sono legate ai processi di accrescimento e ai processi riproduttivi, riguardo ai quali il nucleo viene considerato la sede del patrimonio ereditario della cellula.


I plastidiSono organuli vivi, tipici soltanto della cellula vegetale; in quella animale non esiste infatti alcuna struttura ad essi omologabile. I plastidi costituiscono gli organi che presiedono alla vita autotrofa dei vegetali: sono presenti in ogni cellula e sono, come il nucleo, autonomi e trasmissibili da cellula a cellula, da generazione a generazione, per un processo di autodivisione. Nelle cellule embrionali e nelle cellule indifferenziate degli apici vegetativi i plastidi non hanno ancora assunto la struttura tipica e costituiscono lo stadio di proplastidi, sotto forma di piccoli granuli poco efficienti od inattivi che si differenziano mano a mano che le cellule embrionali, o quelle che da queste derivano, si evolvano. E come le singole cellule differenziandosi vanno incontro ad un processo di specializzazione, anche i plastidi si specializzano a seconda della funzione della cellula cui appartengono. Generalmente i plastidi adulti vengono suddivisi in: cloroplasti, cromoplasti, leucoplasti.


I cloroplasti sono, fra i plastidi, forse quelli più importanti, infatti è al loro interno che avviene il processo di riduzione biologica più eccezionale della biosfera: la fotosintesi.
I cloroplasti si trovano solo nelle parti esposte alla luce e mancano in tutti gli organi sotterranei. La loro grandezza, forma e numero variano secondo i diversi gruppi vegetali. In genere le piante primitive posseggono pochi e grandi cloroplasti con aspetto di coppa, di tavoletta, di anello incompleto, stellato o avvolto a spirale; in questo caso il cloroplasto prende il nome di cromatoforo, che contiene delle granulazioni proteiche, attorno alle quali si formano dei granuli d'amido: i pirenoidi. Le piante superiori contengono molti cloroplasti per ogni cellula: piccoli, a forma di lente piano-convessa, di dimensioni quasi sempre costanti per ogni singola specie.


I cloroplasti sono come dei dischi delimitati da una doppia membrana uguale a quella dei mitocondri; dalla membrana interna si originano delle invaginazioni che portano alla formazione di lamelle. Queste lamelle assumono una struttura sovrapposta, impilata, che prende il nome di grana clorofilliano. I grana sono immersi nella matrice fondamentale dei cloroplasti: lo stroma.
I costituenti chimici dei cloroplasti sono rappresentati da sostanze proteiche, da lipidi complessi in percentuale superiore che nel citoplasma, e da pigmenti clorofilliani e carotenoidi. La clorofilla, che costituisce circa il 9% del peso secco, si presenta in due forme: clorofilla a, di colore verde-bluastro, e clorofilla b, di colore verde-giallastro. Nelle piante superiori, il 75% della clorofilla è del tipo a e il 25% del tipo b. Dal punto di vista chimico le clorofille sono composti ad alto peso molecolare, formati da carbonio, idrogeno, ossigeno, azoto e magnesio, insolubili in acqua e solubili in alcool etilico e metilico. I carotenoidi, sono rappresentati dagli idrocarburi, carotene e xantofille, derivati ossigenati delle prime. La clorofilla si trova nei confronti dei carotenoidi in un rapporto di circa due ad uno e pertanto ne maschera la presenza.


La funzione dei cloroplasti, come già detto, è quella della fotosintesi clorofilliana, il processo cioè per cui i vegetali, in presenza di luce, sono in grado di utilizzare la CO2 (anidride carbonica) dell'aria e l'H2 dell'acqua per sintetizzare glucidi, prima tappa fondamentale del metabolismo degli organismi autotrofi.
Gli altri plastidi sono i leucoplasti, che hanno funzione di riserva e prendono il nome di amiloplasti, se formano amido, di lipodiplasti se sintetizzano grassi o oli e proteoplasti, se sono ricchi di proteine. Si trovano in genere negli organi sotterranei e nei tessuti profondi delle zone aeree. I più diffusi sono gli amiloplasti, che accumulano nel loro stroma amido secondario, di riserva, sotto forma di granuli voluminosi.


Anche i cromoplasti sono plastidi, fotosinteticamente inattivi in quanto ricchi di pigmenti carotenoidi e senza clorofilla. Si trovano per lo più nei fiori e nei frutti, cui danno una colorazione dal giallo al rosso: possono trovarsi in altri organi della pianta, come nelle radici di carota, ecc. Tali pigmenti, di cui si è già parlato a proposito dei cloroplasti, sono costituiti da carotenoidi fra cui predominano il carotene, giallo, e la xantofilla, rossastra.


I mitocondri
I mitocondri sono importantissimi organelli citoplasmatici, a forma di bastoncino, sede della respirazione cellulare e luogo di riserva energetica della cellula. Chimicamente sono costituiti in prevalenza da proteine e lipidi, RNA, DNA, da numerosi enzimi e da diverse vitamine (A, C, B2, B12, E).


Sono delimitati da una doppia membrana, il cui foglietto esterno è continuo, mentre quello interno invia, perpendicolarmente all'asse maggiore dell'organello, delle digitazioni o creste mitocondriali, a formare una sorta di compartimentazione. La matrice interna dei mitocondri, molto simile allo ialoplasma, presenta delle particelle simili ai ribosomi. I mitocondri funzionano in tutti gli organismi viventi in presenza di ossigeno, al contrario dei cloroplasti che interrompono la loro attività durante la notte.


I vacuoliCostituiscono delle cavità citoplasmatiche, varie per dimensioni e forma delimitate da una membrana (tonoplasto) e ripiene di liquido: il succo vacuolare. Quest'ultimo è formato soprattutto da acqua, nella quale si sono disciolti i prodotti di riserva e di rifiuto diversi, formanti soluzioni o pseudosoluzioni in concentrazioni variabili. Nelle cellule giovani che contengono poca acqua i vacuoli sono allo stato di numerose piccole vescicole; il nucleo occupa infatti la maggior parte del volume cellulare. Con la differenziazione delle cellule i vacuoli si riducono di numero ma aumentano di dimensioni; restano tuttavia separati dalle briglie del citoplasma. Nelle cellule adulte i vacuoli tendono a confluire in una sola grande cavità che occupa praticamente l'intero volume cellulare, mentre citoplasma e nucleo assumono una posizione parietale.


Il succo vacuolare contiene diversi composti minerali ed organici come sali, glucidi, composti aromatici (flavoni, antociani), lipidi, protidi ecc. I flavoni e gli antociani sono responsabili della colorazione dei fiori, dei frutti e anche dei fusti.


I vacuoli hanno un ruolo fondamentale nel funzionamento della cellula: regolano infatti gli scambi idrici e ionici del citoplasma. La membrana del vacuolo, al pari del plasmalemma, è dal punto di vista fisico, una membrana semipermeabile, nel senso che permette il passaggio del solvente (acqua) di una soluzione, ma non del soluto: la cellula pertanto si comporta come un sistema osmotico. Sono molto importanti per la turgescenza delle cellule, che è fondamentale per garantire uno stato di distensione degli organi vegetativi, assume cioè funzione di sostegno, in particolare nelle piante erbacee.