martedì 24 novembre 2009

QUALCHE CONSIGLIO PER DESCRIVERE UN VOSTRO MOMENTO 'MAGICO' di Rosa Maria Mistretta


Iniziare a scrivere un racconto, intercalando a fatti, descrizioni di luoghi o particolari non è semplice: occorre un metodo, molta pazienza, tanta fantasia e tanto sentimento.

Chi sente il bisogno di narrare ha già innate queste preziose qualità, ma vi racconto il mio modo di procedere: vediamolo un attimo insieme....


Scegliete un luogo tranquillo all’aria aperta, per esempio un giardino, un parco, un campo di grano, un bosco, che vi piace molto. Fermatevi un momento ed iniziate a guardarvi intorno, assai lentamente, quasi come una sorta di meditazione.

Se volete, se lo ritenete più conodo, sedetevi e continuate ad osservare. Sentirete che i vostri pensieri si soffermeranno su alcuni particolari che sono soggettivi e che quindi sono differenti per ognuno di voi.

Ad un tratto inizierete a provare emozioni: felicità, serenità, nostalgia, qualunque altra cosa possa il vostro animo sussurrarvi.

Rivolgete l’attenzione non solo a ciò che sta accanto a voi, ma anche e soprattutto alla qualità della vostra percezione e approfonditene i particolari.
Prendete ora nota dei colori e delle forme che vedete, dei suoni e degli odori, di tutto ciò che il vostro corpo carpisce con i cinque sensi: come sentite la temperatura e la brezza, se c'è.
Ora vi accorgerete, come per magia, di quanta bellezza inizia a sbocciare e a essere scoperta dai vostri sensi.
Provate a fissare i colori ed a intensificarli, a prestate attenzione all'unicità delle forme: ogni fiore, ogni ramo, ogni filo d’era ha forme particolari e notatene i disegni distinti.
Notate le ombre, la luce che ravviva i colori, i suoni con toni sempre maggiori.
Scoprirete un mondo d'incanto che non dimenticherete più perchè ormai fa parte di voi.
Trattenete queste sensazioni come un bene prezioso, il più a lungo possibile e ricordatele. Ricostruite ciò che avete visto ad occhi chiusi ripercorrendo pezzo per pezzo, punto per punto, sensazione per sensazione, l'immagine che vi ha affascinato.

Quando sarete in altro luogo, soli con voi stessi, davanti ad un foglio bianco, vedrete che per magia la vostra penna scorrerà... e sarà la cosa più bella che possiate creare in quell'istante, perchè unite la vostra essenza e creatività con la magia della natura.

BUON LAVORO da Rosa


ALLA SCOPERTA DELLA NATURA con GEOTURISMO




Geoturismo è un'Associazione senza scopo di lucro che vuole far conoscere e capire le bellezze del pianeta attraverso il viaggio e il contatto con la natura.

L'Associazione Geoturismo e' un gruppo formato da geologi e naturalisti e appassionati di geologia che, attraverso le proprie esperienze scientifiche, escursionistiche e di viaggio, puo' accompagnarvi in viaggi e luoghi dove la geologia e i fenomeni naturali si manifestano con evidenza. Tali luoghi, oltre ad essere interessanti dal punto di vista scientifico, sono spesso considerati i luoghi più belli del pianeta.

Il viaggio visto come "scoperta della terra" pensiamo sia il modo migliore per apprezzare le bellezze della natura e per capire la storia geologica di cio' che ci circonda.
Da qui nasce l'idea (non nuova) del geoturismo cioè l'osservazione delle bellezze naturali visitate direttamente sul posto.
(Cortesia Geoturismo)

sabato 21 novembre 2009

DAGLI ARCOBALENI VENUSIANI Al POEMI DANTESCHI di Rosa Maria Mistretta


Nei primi giorni di gennaio (del 2006), chi ha osservato nel cielo al tramonto a sud ovest il pianeta Venere ha notato qualcosa di straordinario.

Con l'utilizzo di un binocolo o di un piccolo telescopio si poteva vedere che Venere assomigliava ad un minu-scolo arcobaleno a forma di falce.
Il fenomeno segue i principi ottici dell'atmosfera, che intorno alla Terra funziona da enorme lente curva.

I raggi luminosi, provenienti da oggetti celesti che attraversano gli strati atmosferici, infatti, flettono secondo un angolo ben preciso.

L'angolo di deviazione definisce il colore, che è percepito dall'occhio umano. Il blu e il verde sono deflessi maggiormente rispetto alla luce rossa: il risultato è che il blu ed il verde sono situati più in basso del rosso, posto all'apice dell'arcobaleno.

L'arcobaleno, come fenomeno ottico, fu interpretato per la prima volta dal domenicano T. di Vriberg, che intorno al 1311 ne scrisse un trattato. Cartesio e più tardi Newton elaborarono una teoria che ebbe seguito per circa due secoli (l'arcobaleno è il prodotto della riflessione e della rifrazione dei raggi solari nelle gocce d'acqua). Ai giorni nostri l'arcobaleno è definito come un fenomeno luminoso prodotto dalla riflessione, rifrazione e dispersione subita dalla luce nel'attraversare minutissime gocce.

Gli archi multicolori, che compaiono nel cielo dopo i temporali, hanno da sempre stimolato la creatività ed esortato la fantasia dei popoli. La loro bellezza e il mistero celato hanno avuto un posto particolare nelle leggende d'ogni civiltà.

Nella mitologia greca esso rappresentava la tavolozza dei colori degli dei; nella Bibbia, invece, è considerato come simbolo di pace, segno offerto da Dio a Noè per indicare l'inizio di una nuova Alleanza dopo il diluvio universale.
Nelle favole nordiche, si narra che dove finisce un arcobaleno ci sia sepolta una pignatta piena d'oro custodita dagli gnomi. L'iride dai sette colori ha ispirato fantasie di poeti ed artisti di tutti i tempi. Citiamo il Sommo Poeta, che nella Divina Commedia, coscienza dell'infinito della poesia, nel Canto XXIX del Purgatorio (vv. 70 - 78) resta ammaliato da ' sette liste' di colori che solcano l'aria. La descrizione della processione, che sfila sotto i suoi occhi, aperta da sette candelabri, esprime un rapimento estatico per quei colori con i quali il Sole determina l'arcobaleno e la Luna produce l'alone.

"Quand" io da la mia riva ebbi tal posta,
che solo il fiume mifacea distante,
per veder meglio ai passi diedi sosta,
e vidi le fiamme Ile andar davante,
lasciando dietro a sé l'aere dipinto,
e di tratti pennelli avean sembiante;
sì che lì sopra rimanea distinto
di sette liste, tutte in quei colori
onde fa l'arco il Sole e Delia il cinto ".
[Canto XXIX del Purgatorio, vv. 70 - 78]

Lo stupore per le meraviglie della natura supera le barriere spazio-temporali.

mercoledì 18 novembre 2009

LA CRISI, L'ITALIA, IL PIEMONTE: IMPATTO E PERCORSI DI RIPRESA



MERCOLEDI 18 NOVEMBRE

alle ore 20.30 in Aula Magna,

primo incontro del ciclo "I Battiti del Tempo",

sul tema "La crisi, l'Italia e il Piemonte - Impatto e percorsi di ripresa".

Interverranno il prof. Giovanni Zanetti dell'Università di Torino e il prof. Antonio Abate del Politecnico di Torino, nonchè docente di Economia nel nostro Liceo Scientifico.

Modera Padre Vitangelo C.M. Denora S.I., Rettore dell'Istituto Sociale.

http://www.istitutosociale.it/materiale/locandina_crisi.pdf

venerdì 13 novembre 2009

La dea Sekhmet





Sekhmet era la dea vendicativa a testa di leone, che portava come proprio attributo il disco del sole.


Quando sconfiggeva i nemici stranieri, il faraone regnante era paragonato alla combattiva Sekhmet dal soffio infuocato. Il collegamento con il fuoco della dea era dato dalla sua associazione con il cobra uraeo presente sulla fronte del re, che corrispondeva all’occhio del dio del sole Ra, avversario dei nemici del sole.

Quando la città di Tebe crebbe in potenza, i sacerdoti egizi decisero che a Mut, consorte del dio supremo Amon, dovesse essere dato maggior rilievo e venne quindi assimilata alla potente e popolare Sekhmet. Questa nuova versione della dea risulta in circa quattrocento statue del tempio di Karnak, di cui duecento in posa seduta, che recano le iscritti diversi epiteti, e che probabilmente provenivano dal tempio di Mut di Karnak.

Queste ultime si pensa siano state trasferite al tempio di Mut, per un secondo utilizzo, dalla loro originaria posizione nel tempio funerario di Amenofi III situato sulla riva occidentale del Nilo. In totale dovevano esistere circa settecento di queste sculture monumentali (ognuna del peso di più di 1.400 kg) diffuse nell’intero Egitto. Gli studiosi sono divisi sulla questione della data di realizzazione di tutte queste statue, anche se concordano sul fatto che le figure con la rosetta scolpita sul petto sono databili al regno di Amenofi III. Il Museo Egizio possiede ben dieci figure sedute di Sekhmet (con una gamma di iscrizioni di nomi di re, da Amenofi III a Ramesse IV a Sheshonq) e undici versioni della dea in posa stante senza iscrizioni.
Sekhmet il cui nome significa "Colei che è potente" era una divinità solare zoomorfa della mitologia egizia:
era raffigurata come leonessa o come una donna dalla la testa leonina, ed a partire dalla XVIII dinastia acquisì anche i simboli divini quali il disco solare, l'ureo ed il bastone uadj.

Dalla parola egizia sekhem che significa potere derivano sia lo scettro e, con l'aggiunta della desinenza et indicativa del femminile, il nome della dea.

Figlia di Ra, nella tarda teogonia menfita a partire dal Nuovo Regno, era membro della triade come sposa di Ptah e madre di Nefertem, prendendo anche l'epiteto di "La grande, amata da Ptah".

Era la terribile dea della guerra che impersonificando i raggi dal calore mortale del sole incarnava il potere distruttivo dell'astro ma anche l'aria rovente del deserto i cui venti erano il suo alito di fuoco e con i quali puniva i nemici che si ribellavano al volere divino. Rappresentava anche lo strumento della vendetta di Ra contro l'insurrezione degli uomini imponendo l'ordine del mondo.

Portava morte all'umanità ma era anche la dea protettrice dei medici come citano i papiri medici Ebers ed Edwin Smith ed i suoi sacerdoti, molto potenti erano spesso chiamati per la cura di patologie ossee, quali le fratture.

Dal carattere molto pericoloso questa dea aveva quindi un lato benevolo che richiedeva rituali specifici soprattutto durante gli ultimi cinque giorni dell'anno lunare, giornate queste estremamente pericolose.

Era temuta persino nell'Aldilà dove il malvagio Seth ed il serpente Apopi venivano sconfitti dalla dea che abbracciava con le sue spire di fuoco Ra nel suo viaggio notturno.

Sekhmet incarnava il fiammeggiante Occhio di Ra ed era in questo caso assimilabile a Tefnet. Narra il mito della Dea Lontana che Ra, adirato con gli uomini che avevano cospirato contro di lui, la inviò per ucciderli, ma dovette poi fermarla ubriacandola con la birra, colorata di rosso come il sangue, per far sopravvivere il genere umano. La dea, assetata di sangue, che stava uccidendo sistematicamente tutti gli uomini dopo aver bevuto la birra si addormentò ed al risveglio prese le sembianze di Bastet che rappresentava solo le qualità benefiche del sole.

Per ricordare la terribile circostanza, nacque la Festa dell'Ebbrezza, celebrata nella stagione di Akhet ossia dell'inondazione del Nilo e nella quale venivano preparate grandi quantità di birra.
L'attributo di Colei che è potente era in realtà attributo di Hathor e fu quest'ultima, per punire gli uomini ribelli, che si trasformò in Sekhmet a sua volta identificata, oltre alle già citate Bastet e Tefnet, anche in Uadjet.
Più di cinquecento statue della dea sono state trovate nel tempio di Karnak , fatte erigere da Amenofi III per non inimicarsi la crudele dea.
Successivamente Mut, la dea di Tebe, assorbì per sincretismo le caratteristiche ed i compiti della dea Sekhmet, che ne divenne così il suo lato negativo ed oscuro.